ETHICS OF INCLUSION

Dubrovnik'15-25In partenza verso territori inesplorati

Dubrovnik

Dubrovnik… Non una delle mete più vicine e nemmeno una delle più famose per i turisti poco esperti, e quando ci hanno detto che lì ci saremmo recati in furgone e che avremmo condiviso un appartamento, non tutti eravamo così entusiasti, anche perché non ci conoscevamo neppure, praticamente non ci eravamo mai visti prima.
Armati di coraggio, in rappresentanza di tutti i settori della Cooperativa Itaca, abbiamo creato un gruppo Whatsapp in cui scambiarci informazioni operative e siamo partiti, otto di noi, il 21 settembre, alla volta di questa destinazione quasi ignota. E non è facile andare d’accordo, soprattutto quando il viaggio è lungo e Via Michelin ti dà un tragitto di quasi 13 ore e lo spazio è quello di un pulmino a nove posti, di cui uno interamente occupato dalle nostre valige. Abbiamo incrociato le dita, inghiottito un bel po’ di saliva ed eccoci pronti, lungo strade italiane prima, slovene poi, croate, bosniache per un breve tratto e di nuovo croate.
Iniziano i primi timidi scambi di opinioni: qualcuna ha portato dei cd musicali ma non è sicura che le scelte saranno gradite da tutti, qualche altra inizia a parlare, ascoltando e chiedendo, intrecciando le storie dei componenti; Fabio e Simone, i due maschietti del gruppo, si alternano alla guida in un crescendo di risate, c’è chi studia il gruppetto da dietro gli occhiali, chi scopre passioni televisive comuni, iniziano gli scherzi e le battute e ci troviamo a Dubrovnik quasi senza nemmeno accorgercene.
Si è scatenata una vera magia tra noi otto cooperanti impavidi, armati di quaderni e cartelline marchiate Itaca, un’alchimia che ci ha portati miracolosamente non solo ad andare d’accordo ma a diventare più che colleghi, oseremmo dire “quasi amici”, prendendo a prestito il titolo di un film che racconta perfettamente le sorprese che possono nascere quando le persone più diverse entrano in relazione tra di loro.

Erasmus +
Erasmus +Il nostro compito è chiaro: partecipare a questa conferenza europea inserita all’interno di Erasmus +, Mobilità per l’apprendimento e intitolata “Ethics of Inclusion: The role of social work in social transformation and innovation”, dedicata all’inclusione sociale, assieme ai partecipanti di enti pubblici e privati, studiosi e ricercatori universitari, cooperanti o semplici curiosi, provenienti da Austria, Germania, Slovenia, Croazia, Serbia, Albania, Norvegia, Danimarca, Moldavia, Paesi Bassi, Regno Unito, Nuova Zelanda e Giappone, per scambiare idee e buone prassi, far conoscere la realtà da cui proveniamo, il tutto in inglese.
Siamo quasi tutti un po’ intimoriti dalla lingua straniera, ma dagli appartamenti in cui siamo stati sistemati si vede il mare: meglio di così non potrebbe andare.
Primo giorno a Dubrovnik: visitiamo le possenti mura della città; approfittiamo per stringere un po’ di più le neonate amicizie e per prendere confidenza con la moneta e gli usi e costumi locali. Ma siamo attesi alle 17 per la prima plenaria che darà l’avvio ai lavori del congresso. Ci sistemiamo nella sala piena ed ascoltiamo, rapiti, Vito Flaker, professore presso la facoltà di lavoro sociale dell’Università di Lubiana parlare di etica della non esclusione e di come debba essere un imperativo per tutti noi lavorare per una società realmente aperta, che non si rinchiuda più dietro mura di pietra, per quanto affascinanti come quelle di Dubrovnik, oppure di carte bollate, ma che si spalanchi senza lasciare nessuno indietro. Perché è di umanità che si sta parlando, di rendere concreta questa caratteristica che ci accomuna tutti quanti, compiendo azioni alla portata di chiunque, perché fare “comunità” significa creare qualcosa, è una scienza del fare ed una professione di solidarietà ma, soprattutto, è l’arte di rimanere umani in condizioni spesso disumane. Iniziamo a scaldare gli animi, riflettendo sulle parole degli organizzatori che ritengono che, in questi tempi, ci sia la necessità di agire facendo la cosa più etica e non, sorprendentemente, la cosa più legale, basandoci sulla nostra coscienza. Il dibattito è franco ed aperto, i partecipanti interagiscono senza paura.

Ph Fabio Passador

Ph Fabio Passador

Migranti e politiche di esclusione

Una parte rilevante dell’introduzione al seminario rispetta l’attualità che l’Europa sta vivendo: la crisi ed i flussi di immigrati esuli siriani che stanno attraversando tutta l’area balcanica, con l’obiettivo di entrare in Germania. La denuncia verso le politiche di chiusura del governo ungherese (e non solo), reo di aver costruito un reticolato per contrastare l’arrivo dei migranti dalla Serbia prima e dalla Croazia poi, è netta e unanime dalla platea. Sinceramente non ci aspettavamo un inizio così piacevolmente forte. Ma oltre le denunce ci sono anche le idee di un’accoglienza diversa, più organizzata e sicuramente più preparata. Un tema così epocale non può essere affrontato da poche organizzazioni e quasi interamente da volontari.
Il lavoro sociale ha il dovere di impegnarsi in una rete capillare di inclusione etica e di lavorare culturalmente nella società attuale, sempre più ostile ai continui arrivi di profughi che scappano da situazioni di guerra e fame. Non possiamo permetterci neanche di far passare questa classificazione dei migranti: coloro che scappano dalle guerre non sono più o meno speciali di coloro che fuggono dalla fame, perché la causa di questi fenomeni ha un nome ed è il neoliberismo.
Un forte richiamo è stato dato anche alle origini del lavoro sociale, alle quali esso deve ritornare: bisogna ripartire dal basso, dalle esigenze della comunità, evitare di chiudersi nella mera accademia. Il lavoro sociale dovrà essere quello di cambiare il sistema legislativo, anche attraverso piccole disobbedienze personali, quotidiane e professionali. Questa è l’idea di cooperazione che ci affascina e che accende un bellissimo dibattito, anche tra noi. Ci piacerebbe che anche la nostra cooperativa iniziasse una riflessione sul tema dei migranti e magari iniziasse a promuovere di più dei progetti di accoglienza sul territorio. Pendiamo appunti con diligenza e ci rechiamo al concerto di musica classica organizzato apposta per il congresso, che ha sede in un’antica villa affacciata su di un paesaggio da sogno. La musica e le deliziose grappe locali ci cullano dolcemente e preparano i nostri intenti per il giorno successivo.

Ph Fabio Passador

Ph Fabio Passador

Le tre sessioni del Congresso

E’ martedì, il congresso entra nel vivo: le sessioni parallele sono tre (“Teorie e metodi”, “Deistituzionalizzazione e minori in conflitto con la legge”, “Comunità e invecchiamento”) e ci suddividiamo in base ai nostri interessi. Si discute sulla necessità di essere concreti e di far uscire il lavoro sociale dalle aule delle università. Inizia a formarsi in noi l’idea che il nostro gruppo sia uno dei pochi gruppi del fare. Noi, parte di una Cooperativa con dei valori, che lavoriamo, sicuramente con pochi mezzi, giorno dopo giorno sul campo, chi in struttura, chi in gruppi appartamento, chi nei quartieri, chi in centro diurno. Pensavamo che le nostre fossero piccole progettualità e, invece, ci rendiamo conto che dalle nostre piccole realtà nascono cose notevoli. Apprendiamo dallo psichiatra Lorenzo Toresini che la nuova professionalità dei lavoratori sociali dovrebbe prendere spunto dai grandi uomini che hanno cambiato il mondo, agendo con il potere e con la responsabilità che abbiamo all’interno del nostro ruolo. La bellissima spiaggia di Copacabana ci galvanizza e ci prepara alla seconda giornata di lavori.

 

La crisi del mondo in sessione plenaria

Il mercoledì Shula Ramon, psicologa, ricercatrice e professore emerito presso l’Anglia Ruskin University, apre la sessione plenaria parlando di crisi nel mondo, dell’impatto devastante che ogni guerra lascia su chi sopravvive e si interroga sul significato della stessa, com’è accaduto nell’ex Jugoslavia, una congerie di paesi, lingue e tradizioni in cui sembra che i morti, da tutte le parti, continuino a gridare a gran voce giustizia. Ma l’unica via è cercare di capire quanto accaduto e dimenticare. Compito di noi lavoratori sociali è quello di aiutare, in prima linea, tenendo viva la speranza, occupandoci di chi fugge e di chi resta. Iniziamo a discutere tra di noi e ci mescoliamo assieme agli altri partecipanti: perché i lavoratori sociali non vengono mai chiamati sul campo, durante i conflitti? Vengono inviati dottori, infermieri, soldati e rifornimenti di cibo ed acqua. Come se i bisogni primari fossero gli unici di cui sia lecito preoccuparsi.
Qualcuno di noi azzarda l’idea della creazione di un gruppo transnazionale di lavoratori sociali che non aspetti di essere “chiamato”, per poter agire, da questa o da quella superpotenza, ma che si muova, attraverso le frontiere, arrivando lì dove ce n’è più bisogno. Una sorta di “cooperanti senza frontiere” che potrebbe iniziare proprio da qui, da questa conferenza che si sta rivelando un piccolo scrigno pieno di tesori preziosi. Ci alziamo in piedi a dire la nostra e riceviamo un applauso da parte del pubblico.

 

Ph Fabio Passador

Ph Fabio Passador

La centralità dell’individuo e la spiritualità del lavoro sociale

Poco più tardi iniziano le sessioni parallele della mattina; Cristina è impegnata in una complessa quanto interessante esposizione sulla centralità dell’individuo che viene gradita sia dai partecipanti che dal dottor Toresini, che annuisce frequentemente sentendo parlare di concetti quali umanizzazione delle cure, utilizzo di una terminologia più corretta per descrivere la disabilità, attività realmente disegnate sui bisogni della persona ed autodeterminazione. La sfida del lavoratore sociale in tutti gli ambiti cui il congresso si indirizza è grande: ridefinire i valori che fondano una comunità sociale.
Dalle altre aule arriva una ventata di spiritualità e ad accompagnare questa brezza ci sono Gaia e Fabio. L’intensità di questo tema non è stata indifferente, tanto che per giorni i nostri due sono rimasti rapiti da alcune nozioni tratte in aula. Le parole sono forti; la spiritualità del lavoro sociale che è fatta di responsabilità collettiva, di relazione con l’Altro, di lotta a tutte le forme di disuguaglianza sociale per promuovere condizioni di giustizia. Questo concetto di spiritualità riguarda il sistema di relazioni, alla base della nostra stessa umanità, spesso sovrastato dal pensiero e da politiche neoliberiste, colpevoli di erodere spesso la connessione tra noi e gli altri, di rendere non misurabili valori come gentilezza, accoglienza e rispetto.
Un altro fortissimo momento è stato il workshop tenuto dal professor Klemen Licen, docente dell’Università di Lubiana (Slovenia), che ha portato in aula la sua esperienza con persone in condizioni post traumatiche. Un momento di forte impatto emotivo, che ha tenuto i partecipanti in un silenzio e in una riflessione che si è protratta oltre gli orari ufficiali dell’incontro.
Altra esperienza interessante, e forse una delle poche che ci ha fatto alzare dalle sedie per non usare solo la testa ma anche corpo ed emozioni, è stato il workshop sulla tecnica del Teatro Forum, che rientra nelle proposte del Teatro dell’Oppresso di Augusto Boal. Il laboratorio è stato gestito da docenti e studenti della Facoltà di Pedagogia di Lubiana e ci ha visti mettere in scena una situazione reale: la storia di una famiglia che si trova in condizioni di esclusione sociale. Tra assistenti sociali, insegnanti, educatori, esperti di ogni tipo, i genitori devono destreggiarsi per cercare di ottenere il meglio per i loro figli. L’esperienza conferma ad alcuni di noi quanto, a volte, è meglio lasciar perdere le parole e provare ad agire, sperimentarsi sul campo, ascoltare e mettersi nei panni di chi ha punti di vista spesso contrastanti.

 

La deistituzionalizzazione scuolte le coscienze

E la sessione pomeridiana tenuta dal dottor Vito Flaker, incentrata sulla deistituzionalizzazione, è qualcosa che scuote le coscienze: ci mette in guardia dai rischi della trans-istituzionalizzazione e della re-istituzionalizzazione. Inutile spostare le persone da istituzioni grandi e totali per inserirle in comunità, più piccole certo, ma in cui vige comunque il modello istituzionale. Si parla della necessità di sviluppare una rete internazionale del lavoro sociale per avere una visuale migliore, integrare le conoscenze e tentare di definire standard comuni. Il neoliberismo ha senz’altro responsabilità pesanti nei confronti della sofferenza della società attuale. E’ giunto il momento di cercare di capire come il “diverso” possa arricchire la comunità: è possibile un’interazione positiva per entrambi, bidirezionale.
Ci facciamo trascinare da Vito e dall’azzurro di una nuova spiaggia appena scoperta, dai profumi serali del ristorante bosniaco, discutiamo dei nostri valori, di quelli della cooperativa di cui facciamo parte, abbiamo idee nuove, forse un po’ rivoluzionarie, vogliamo dedicarci alla crescita dell’ente a cui sentiamo di appartenere, iniziamo a buttare giù qualche idea, poi andiamo a dormire carichi di entusiasmo.
Il tema del giovedì è quello del futuro: Movimento e innovazione.
Per Gabi Cancinovic Vogrincic la parola chiave è co-creazione, lavoro multidisciplinare su base etica e concreta. Termina il suo intervento con l’invito, che ci piace tanto, a restare naif. Seguono interventi su esempi pratici di lavoro sociale come quelli di un centro polivalente a Samobor o della politica sociale seguita dalla città di Fiume.

Ph Fabio Passador

Ph Fabio Passador

 

Il nostro intervento sulle buone pratiche

Per il pomeriggio l’eccitazione è grande: Gaia e Silvia, con il supporto di Annapaola, si sono preparate per la loro presentazione che occuperà il workshop del pomeriggio; idee sono nate e sono state subito accantonate in favore di altre, forse meno accademiche ma di sicuro più interessanti. Di sicuro, la pioggia che inizia a cadere alle ore 12, puntuale secondo le previsioni sfortunate di Silvia, non solleva gli animi ma siamo preparati a tutto e la presentazione del pomeriggio prende piede, coinvolgendo una quindicina di astanti in giochi e riflessioni gruppali. Alla fine stendiamo alcune buone pratiche per il lavoro sociale sul campo e ci ritiriamo a casa travolti dal successo. La pioggia scrosciante non ci ferma neanche un po’, anzi rinsalda i nostri rapporti, costringendoci a restare in appartamento per il resto del pomeriggio. Decidiamo di cimentarci nel “The Village”, passiamo tre ore a scoprirci con piacere e sorpresa. Alla fine usciamo a cena, soddisfatti e rilassati ma, soprattutto, contenti.
Arriva l’ultimo giorno del congresso, quello in cui si tirano le fila di ciò che si è fatto e si discute del futuro di questo convegno; si abbozza anche un documento ufficiale che ricapitoli i punti salienti del convegno, le sfide del lavoro sociale. Con nostra grande sorpresa veniamo invitati dal dottor Toresini ai prossimi meeting europei dedicati al lavoro sociale, a Budapest ed a Lodz in Polonia. Accettiamo entusiasticamente: quante ore di furgone ci vorranno? Niente ci può più far paura.
Il pomeriggio è tutto per noi: visitiamo l’isola di Lokrum, facciamo bagni, più o meno voluti, nello splendido mare che circonda l’isola, Elisa dice addio al suo cellulare deceduto causa tuffo imprevisto tra le onde; fotografiamo pavoni, conigli, troni fatti di spade di ferro, panini mezzi vuoti e traghetti, e ci lanciamo in una cena vegana-vegetariana che forse non incontra i gusti di tutti ma che ci permette di non pensare all’indomani.
E’ arrivato sabato, il giorno della partenza. Ormai ci eravamo abituati alla finestra senza vetro di uno dei nostri appartamenti, al vociare delle persone ai piani superiori, ai bar croati in cui puoi bere qualsiasi cosa ma non c’è quasi nulla da mangiare a colazione, alle parole straniere che abbiamo quasi imparato, facendo tragiche figure con gli abitanti del luogo. Dubrovnik ci è entrata nel cuore, noi ci siamo entrati nel cuore, gli uni in quelli degli altri e adesso ci sembra quasi difficile doverci separare.
Così ci prepariamo con molta calma e partiamo, ormai mettiamo a palla i Cd della Bertè, la scelta di Francesca, che ci ha fatto da colonna sonora inconsapevole per tutta la durata del congresso, ci scambiamo video su Whatsapp, progettiamo la visita ad un fiordo, poi ad un paesino pittoresco poi ad un altro… Sono le 17 e siamo ancora in Croazia! Facciamo un pranzo-cena-brunch e ripartiamo; all’andata ci abbiamo impiegato nove ore per arrivare, al rientro le tredici ore paventate dal signor Michelin e dalla sua famosa “via” ce le prendiamo tutte e forse anche qualcuna di più. Nessuno dorme, alla guida si alternano stavolta anche le donne: prima Francesca, poi Cristina, il navigatore parla, ci dice che stiamo andando fuori rotta ma non lo ascoltiamo più, meglio la voce di Franco Battiato, che ci suggerisce di cercare il nostro centro di gravità permanente che, forse, abbiamo trovato qui, in questo furgone, durante questi giorni che si sono stampati nella nostra memoria.

Ph Fabio Passador

Ph Fabio Passador

Arriviamo in serata in Italia, ci facciamo portare in una piazzola di servizio, rifornimenti e provviste da coniugi e parenti, semifreddi, brioches, i saluti sono addolciti ma pur sempre un pochino amari. Continuiamo a scriverci su Whatsapp, diamo un nome a questo gruppo, al nostro gruppo, a quello che siamo diventati durante questa esperienza: CCICI (Comitato Cooperativo Internazionale per la Cooperativa Itaca); vogliamo spiegare che questo convegno ci ha cambiati, che il lavoro sociale prima di arrivare ai concetti filosofici più complessi parte dalle piccole cose, che anche decidere chi di noi andrà a prendere i panini per tutti sotto la pioggia e senza ombrello è cooperazione, che condividere è il primo passo per creare qualcosa di nuovo che abbia un pezzetto di ciascuno di noi. Perciò siamo pronti ad andare, con il furgone o con l’aereo, in Polonia o in Ungheria, lì dove ci porterà il cuore e l’Erasmus + con la prossima mobilità, a rappresentare ciò che noi pensiamo sia la Cooperativa Itaca e ciò che diventerà grazie anche al nostro apporto. Perché da soli si va veloce però in due o meglio, in otto, in questo caso, si va sicuramente più lontano.

Il gruppo CCICI
Annapaola Prestia, Cristina Cinello, Elisa Frescura, Fabio Passador, Francesca Pletti, Gaia Serafini, Silvia Martin, Simone Orlando

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