NON FATE IMPAZZIRE LE PAROLE

ph Nicola Bisan

ph Nicola Bisan

“Chiamati in causa. Il pensiero di un gruppo di lettori che frequentano i servizi di salute mentale”*

 

Udine

Siamo persone che usufruiscono dei servizi della salute mentale, come tutti leggiamo i giornali, ascoltiamo la radio, guardiamo la televisione e a volte usiamo i social. Diciamo subito che la nostra impressione è che i media si occupino di noi solamente quando c’è da raccontare qualche episodio negativo e che, anche quando l’intenzione di fondo del giornalista sarebbe buona, non si riesca ad uscire dal pantano dei luoghi comuni e degli atteggiamenti pietistici.

Sappiamo bene che non si può generalizzare e che certamente esiste un giornalismo corretto, etico e rispettoso delle diverse sensibilità, ma siamo anche in grado di affermare che, quando si parla di salute mentale, nella maggioranza dei casi i media non fanno che contribuire alla diffusione del pregiudizio e di sentimenti di paura e di rifiuto.

Le parole, insomma, incidono sulla realtà, non solo la descrivono. Per questa ragione abbiamo proposto che, attraverso questo convegno, si ponesse l’attenzione sulle parole della salute mentale. Ne abbiamo individuate e discusse alcune che noi sentiamo più vicine: ascolto, equilibrio, disturbo, cura, libertà, contaminazione, storia, potere, comunicazione… E ancora: racconto, responsabilità, comunità…

Parole con cui noi abbiamo a che fare ogni giorno e che difficilmente ritroviamo negli articoli o nei servizi che toccano questo tema, dove invece spesso si parla di malattia mentale, di pericolosità, di follia omicida, sicurezza, allarme, custodia… Insomma sembra che il disagio mentale sia indissolubilmente legato alla violenza e alla pericolosità, sebbene la statistica dica chiaramente che non è così…

Lo stigma è facile da insinuare e durissimo a sradicarsi.

Tra parentesi, per la storia da cui veniamo “noi della salute mentale”, di marchi e di etichette ne sappiamo qualcosa: ci ricordiamo le diciture dei reparti del manicomio di Udine in cui venivano chiuse le persone, fisicamente e simbolicamente: così c’era il reparto dei violenti, dei sudici, dei gravi… e gli uomini e le donne diventavano una caratteristica e nient’altro. Sappiamo che nei tempi più bui della psichiatria la persona definita schizofrenica, depressa, nevrotica smetteva di essere una persona e veniva identificata solo con la sua patologia. Ma possiamo dire che fuori dai servizi della salute mentale oggi non si corra più questo rischio? Che le persone non siano più schiave di un’etichetta?

Sappiamo di non essere soli e che capita anche ad altri gruppi di persone di essere raccontati in termini denigratori, allusivi o esagerati, a volte addirittura terroristici: persone provenienti da altri Paesi, di altre religioni, di orientamento sessuale diverso da quello etero, di condizione sociale disagiata, persone che non producono e sono un peso per l’economia e via dicendo.

Abbiamo riflettuto e discusso sui gruppi sociali che, per vari motivi, vengono etichettati e discriminati dall’opinione pubblica. Il risultato è che ci siamo resi conto di quanto noi stessi, leggendo o ascoltando notizie riferite a loro, facilmente cadiamo nell’errore della generalizzazione, accontentandoci di costruire nella nostra testa un’immagine superficiale e distorta, buona solo a farci sentire diversi e lontani da “quelli lì”, altri da noi…

Quindi, se tutti (compresi noi che ci riteniamo penalizzati) spesso stiamo dall’altra parte, è stato naturale provare a chiederci perché.

Non solo perché i mass media esprimono queste tendenze, è perfino banale: per vendere di più.

Ma piuttosto: perché la gente compra di più? Perché la gente vuole sentirsi dire che la violenza è compiuta dal “malato mentale” o dal “diverso” di turno?

Qui le risposte sono meno banali, noi abbiamo provato a pensarne alcune:

Perché c’è una curiosità quasi morbosa riguardo al mondo del disturbo psichico.

Perché c’è pregiudizio e il pregiudizio è meno faticoso della riflessione e dell’approfondimento delle cose.

Perché la cultura dominante ha sempre bisogno di additare i più deboli.

Perché la società esige il capro espiatorio, il colpevole, qualcuno da punire.

Perché la gente ha bisogno di tranquillizzare la propria coscienza.

Perché vuole essere rassicurata, deve placare l’ansia.

Perché si pensa che la persona “normale” non può compiere certe cose, devono per forza riguardare l’“anormale”, che per antonomasia è il “matto”.

Ma soprattutto perché ha paura e questo non è altro che un meccanismo di difesa.

La paura e la conseguente tendenza a discriminare si basano sulla non conoscenza; bisogna ignorare qualcuno, la sua storia, la sua vita per poterlo emarginare.

Ci siamo interrogati allora su cosa riteniamo importante far conoscere di noi e della nostra realtà, senza la presunzione di farci portavoce degli utenti dei servizi della salute mentale, ma parlando della nostra esperienza.

Seppur col desiderio di non cadere nel vittimismo e nella ricerca di pietismo, e sebbene alcuni ritenessero non fosse giusto farlo, la maggioranza del gruppo ha deciso di dire che intorno ai disturbi mentali c’è sofferenza. È scontato? Banale? La nostra impressione è che non si sappia o che ce ne si dimentichi.

E’ doloroso perché non c’è sempre la certezza di farcela e si soffre anche per guarire; perché non esiste la terapia che vale per tutti; perché ci si trova nella condizione di fingere di essere “normali”; perché ci si vergogna come di una colpa, come se avessimo scelto di ammalarci; perché dentro le nostre storie e le nostre vite ci sono stati dei momenti bui che non siamo riusciti ad elaborare; perché gli effetti collaterali dei farmaci possono essere pesanti; perché vediamo il dolore e l’imbarazzo di chi ci sta intorno, anche dei parenti più cari; perché quando si sta male ci si ritrova soli.

Ma nello stesso tempo vorremmo far sapere a tutti che negli ambienti legati alla salute mentale non c’è solo questo: il nostro è un mondo variopinto, vivo e dinamico; tutti noi ci diamo da fare per vivere meglio e per migliorare la nostra condizione. Siamo gente che vive, desidera e ama, e che quotidianamente cerca una strada, la propria.

Riguardo a questo, dobbiamo a nostra volta fare autocritica per non essere capaci quasi mai di far risaltare le cose positive: anche noi tendiamo a concentrarci solo su ciò che non va o che potrebbe andare meglio.

Per esempio, di Franco Basaglia si sa praticamente solo che ha chiuso i manicomi, e dopo trent’anni si parla, nel bene e nel male, solo di questo. Non si parla della ricchezza di esperienze e di buone pratiche che la sua riforma ha generato: da anni ci sono servizi pubblici, cooperative sociali ed associazioni che operano sul territorio e che sostengono percorsi personali di cura e di inclusione sociale.

Grazie a questo le persone che una volta vivevano recluse ora possono essere seguite e aiutate, e la maggior parte di noi fa una vita “normalmente” dignitosa.

Ecco, a voi professionisti dell’informazione chiediamo una mano a fare questo, a spiegare che siamo sì persone che hanno dei problemi, ma che non per questo facciamo parte di una categoria a sé, distinta da quella di cui i vostri lettori e voi stessi appartenete.

Gruppo attualità e confronto della Comunità Nove

*Intervento del 9 ottobre a Udine in Sala Ajace all’interno del convegno “Per una corretta informazione sulla salute mentale. Giornalisti, operatori e utenti a confronto nella Giornata mondiale della Salute mentale”. L’evento, valido anche per i corsi di formazione obbligatoria dei giornalisti, era organizzato da Cooperativa sociale Itaca in collaborazione con Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia, Dipartimento di salute mentale di Udine e Comune di Udine, e si inseriva nella più ampia manifestazione “Disturbo? I colori della salute mentale in città”.

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